Indice:
Passo e chiudo
Giro in tondo
Lasciarla stare
Un istante alla volta
Dove nessuna mai
Questo vento
Sir F
Nel mio piccolo
I casini che si fanno ogni giorno
Capita così per caso
Passo e chiudo
Sono un tramite tra storie da ascoltare e storie da dire. Se non scrivo, leggo. Se non guardo un film, recito una parte a teatro. Narrazione ovunque. Dentro, intorno, nelle facce delle persone stanche, negli sguardi dei cani buffi, nelle mie mani che afferrano, nei miei passi incerti quando non so se andare o restare, nella pelle scura di uno, nella pelle chiara di un altro, nel fischietto del vigile, nel gelato caduto a un ragazzino che piange, nelle immagini scorrevoli dietro a un qualche vetro bagnato di pioggia. Narrazione ovunque. Come Neo in Matrix vedeva i codici di programmazione, io vedo significanti e significati. Ma in tutto questo, io dove sono? Nelle storie che sento, nelle storie che invento? In quelle che rincorro o in quelle da cui fuggo? Dove sono? Sempre disperso tra parole, suoni, immagini... le mie, le vostre. Cosa sono? Solo una dannatissima ricetrasmittente? Beh, passo e chiudo allora! … … … … … … … … Inutile! Anche se blocco i messaggi in entrata e in uscita, resto un punto che autocomunica. Il mio pensiero continua a farmi domande e darmi risposte. Ma fa domande a chi? Dà risposte a chi? Cioè, chi sono io alla fine? Dove sono io in tutto questo? Boh! Se mi vedete, fate un fischio.
Giro in tondo
Muovo un passo dopo l'altro, a volte corro, altre saltello. Non manca nemmeno qualche mirabolante acrobazia. Piroette. Salti mortali. Scivolate pazze.
Incontri importanti durante il cammino. Eh sì! Qualcuno mi dà persino uno strappo. Un giorno sono su una moto, un altro su un treno. Una volta sua una barca, un'altra su un aereo.
E faccio, faccio, e continuo a fare. Progetti, quanti bei progetti. Addirittura raggiungo traguardi. Ho foto di me che taglio il nastro d'arrivo di qualche tappa. Complimenti, congratulazioni, riconoscimenti… Ho niente meno che una coppa sul mio scaffale!
Ma in realtà giro in tondo.
Ho solo l'impressione di andare avanti. Ma giro in tondo. Sono intrappolato in un cerchio senza svolte. Sempre intorno allo stesso punto. Va così. L'ho capito da un pezzo, però lascio correre. Perché va così. Nel frattempo fingo di andar dritto, tengo duro, sorrido e ingoio.
Ma un pensiero mi martella la testa ultimamente. Un'idea bizzarra…
Tempo fa ho incontrato un tizio strano, che morendo mi ha rivelato che prima di finire in questa prigione circolare, ha nascosto, in un luogo sicuro, una via alternativa alla felicità.
Sono intrappolato in un cerchio senza svolte. Giro sempre intorno allo stesso punto.
Nel frattempo fingo di andar dritto, tengo duro, sorrido e ingoio…
Ma segretamente sto escogitando un piano di fuga. 
Lasciarla stare
A volte penso che la vita bisogna lasciarla stare. smettere di pretendere sempre qualcosa, di farle la lagna, di inseguirla, di rincorrerla, di starle addosso. smettere di cercare di approfondirla, di farle domande, di volerla capire per forza. a volte la vita, bisogna solo lasciarla andare. 
Un istante alla volta
Ormai è chiaro che io sono proiettato in un eterno divenire qualcos'altro, qualcun altro. La mia identità è solo istantanea. Cioè, se mi blocco in un istante, so chi sono. O almeno, potrei raccontarlo. Quel fermo immagine è qualcuno in particolare. Ma in movimento non so chi sono. Non afferro l'identità generale, non credo nemmeno di averla. Non c'è un disegno complessivo dietro il mio essere. Non c'è proprio un essere in realtà. Piuttosto un andare. O un venire. Ma non so da dove vengo, né dove vado.
Il fatto è che io non mi vedo. Sono troppo veloce per la mia percezione.
Se mi chiedono 'dove sei' e rispondo 'sono qui', la risposta perde immediatamente senso. Perché mentre rispondo, sono già da un'altra parte.
Ma ormai non mi preoccupa più la definizione del mio essere (né la definizione di qualsiasi altra cosa, del resto). E' un problema del passato. Ora ho imparato ad apprezzare il vivere prima ancora dell'essere. E ad amare un momento alla volta. Un momento di intimità, di malinconia, di gioia passeggera, di sesso sfrenato, di alchimia inspiegabile, di magnetismo tra due sguardi, di risate senza senso, di insostenibile verità. E' un amore istantaneo. Può durare nel tempo, sì, ma solo un istante alla volta. Ma va bene così. Perché posso mettere tutto me stesso, in quel singolo istante. 
Dove nessuna mai
Quando ti cambia la vita quasi non te ne accorgi. Ti cambia addosso, ma ti guardi allo specchio e sei sempre tu. Però se lo sto scrivendo, vuol dire che stavolta me ne sono accorto.
E so anche chi devo ringraziare per tutto questo. Non il suo gatto, ma proprio lei. Sì d'accordo, forse anche il suo gatto. Ma soprattutto lei. Che è riuscita lì, dove nessuna mai. Che mi ha portato lì, dove nessuna mai.
E adesso, voglio ricambiare il favore. Voglio riuscire lì, dove nessuno mai. Voglio portarla lì, dove nessuno mai.
Anche il suo gatto, vabbè... ma sopratutto lei. 
Questo vento
Vi spiego cosa sto per fare: inizio una corsa folle, bendato. Non so quando, ma so che a un certo punto mi schianterò contro qualcosa e mi farò un male cane. Forse non mi rialzerò più. Eppure ormai sono partito e non riesco a smettere di correre. Mi piace questo vento che mi arriva contro, mi piace l'odore che mi porta sotto il naso, mi piacciono quegli occhi e quelle labbra e quelle mani. Sono fregato, lo so. Mannaggia a me. La cosa più saggia sarebbe fermarmi, togliermi la benda, correre in un'altra direzione, insomma, qualsiasi altra cosa tranne quella che sto facendo. Ma mi piace questo vento che mi arriva contro, mi piace l'odore che mi porta sotto il naso, mi piace quello sguardo, quel sorriso e quelle pelle quando confina con la mia. Non ha senso iniziare una corsa sapendo che andrai a sbattere di sicuro, non ha proprio senso. Chiunque mi direbbe di lasciar perdere, anzi, qualcuno me l'ha già detto. Com'è che non riesco a prendere la decisione più ovvia, più cauta, e mi incastro invece nell'ennesima scelta spericolata? Com'è che i muri contro cui mi sono schiantato in passato non mi hanno insegnato niente? Proprio non lo so. So solo che mi piace questo vento che mi arriva contro, l'odore che mi porta sotto il naso, e quel bacio che mi è rimasto addosso. 
Sir F
Se fossimo nell'800 ora sarei col mio calamaio a scrivere al mio amore lontano. Magari una cosa tipo:
Mia amata, conto le ore che mi separano da te, e invece di odiarle, una per una, le amo perché accendono ogni ora di più il desiderio che ho di te. Le amo, perché ogni ora che ancora mi tiene lontano dalle tue braccia, renderà il tuo abbraccio più forte. Le amo perché ogni ora che mi separa dalle tue labbra, renderà il tuo bacio più dolce. Ogni ora che mi nega il tuo grembo, renderà più intenso il perdermi dentro di te. Ma mentre sono qui, distante, che festeggio da solo il trentesimo anno che Dio mi ha concesso, mi domando con un brivido sulla schiena: se posso amare così ogni ora che mi separa da te, quanto potrei amare le ore con te accanto?
Sempre tuo, Sir. F
Ma non siamo nell'800. Quindi niente. Il romanticismo è morto. Dio è morto. (Anche se ancora si muore per lui, ma questa è un'altra storia.). Io mi firmo solo F, senza Sir. Il calamaio non so nemmeno bene cosa sia e invece sto scrivendo un post su un blog (eh?) per il myspace (cosa?), e grazie a internet (interche?) sarà cliccabile (oddio?!) in tutto il mondo e in tempo reale. Tempo reale? Ma perché esiste un "tempo irreale"? Forse sì in effetti: è il tempo che passo davanti a sto cazzo di schermo luminoso. Ma che c'è dietro? Chi c'è dentro? Controllo... mmm... Nessuno mi sembra. Ma allora che ci faccio qui? Invece di
montare a pelo un cavallo al galoppo, attraverso le stagioni, rischiando la vita per tornare da te. 
Nel mio piccolo
Far felici tutti è impossibile. Far felici tanti è molto difficile. Più sei piccolo, più è difficile. E io sono piccolo. Sono un piccolo essere umano. Mi andrà bene se renderò felici una manciata di persone. Anche perché quasi sempre, la felicità di uno rappresenta il dolore per qualcun altro. E allora devi scegliere. Sempre. Come in tutte le cose della vita, si tratta sempre di scegliere. Ti devi schierare, ti devi esporre. Devi scegliere chi davvero vuoi provare a far felice. Devi scegliere su chi concentrare le tue energie. E devi farlo anche a discapito della felicità degli altri.
A meno che tu non sia uno dei grandi, certo. Ci sono stati uomini e donne capaci di far felici moltissime persone. Alcuni hanno fatto felice mezzo mondo. Sono grandi esseri umani. Ci sono stati, ci sono e ci saranno.
Ma non sono uno di questi. Io sono piccolo. Un piccolo essere umano.
Però nel mio piccolo ho capito che non conta quante persone fai felici, ma quanto fai felici le persone. Quelle poche fondamentali persone che fanno felice te. E allora, quando capisci che non puoi rendere felici tutti, quando realizzi che non sei uno dei grandi uomini e donne che faranno la storia, concentrati su pochi. Pochissimi... Magari anche su una persona sola. Ma, cazzo, rendila la persona più felice del mondo.
I casini che si fanno ogni giorno
I casini che si fanno ogni giorno. I sogni, i desideri, le ambizioni, il traffico, le corse. Inseguire il successo, inseguire la perfezione, inseguire l'amore impossibile, inseguire se stessi. Inseguire. Fuggire. Da qualcosa, da qualcuno, da uno schema, da un concetto, da una verità, da una conclusione, da una responsabilità. Pensare, progettare, ideare, trovare la soluzione, volere sempre qualcosa di diverso, volere sempre di più, volere sempre. Volere. Rifiutare. Rifiutare di credere, rifiutare di crescere, rifiutare di capire, di cedere, di svendere, di perdere. E perdere. Perdere qualcosa, perdere qualcuno, perdere il senso, la prospettiva, la fiducia, la speranza, la strada, se stessi. Perdersi. Ritrovarsi. Riperdersi. Insistere, insistere, insistere, testardi fino al ridicolo.
E poi c'è Emi, che ti viene incontro scodinzolando quando torni a casa. Si sdraia in terra per una carezza, ti dà una zampata per averne un'altra. E si costruisce con niente la sua felicità.
I casini che si fanno ogni giorno. Per avere due soldi in più, per accontentare qualcun altro, per stare nel posto giusto, per stare al passo, per creare qualcosa, creare un domani, creare un'immagine di sè, di quello che si vuole, di quello che si cerca, di chi si cerca, creare immagini mentali. Creare. Disfare. Disfare senza pietà, disillusi, cinici. Disfare. E rifare. Da capo, ancora una volta senza criterio, senza progetto, senza una meta precisa, senza una meta vaga, senza una meta indefinita, senza nemmeno una meta dispersa in mezzo a un cosmo di mete ammassate alla rinfusa.
E poi c'è Emi, che ti viene incontro scodinzolando quando torni a casa. Si sdraia in terra per una carezza, ti dà una zampata per averne un'altra. E si costruisce con niente la sua felicità.
I casini che si fanno ogni giorno. Prendere, lasciare, prendere, lasciare, prendere, prendere, lasciare, lasciare. Per cosa, per chi, per dove, per come, per quando, per quanto, per quanto ancora reggi? per quanto ancora tieni? per quanto ancora resisti e respiri e sospiri e butti dentro e mandi giù. Mandare giù. Sputare. Sputare per terra con sdegno, calpestare la saliva, dire basta, dire basta, dire adesso basta. Vomitare, vomitare giorni, anni, vomitare persone, facce, ricordi, momenti, gente che passa e se ne va, gente che passa e se ne va senza salutare per non tornare a guardarti in faccia. Vomitare tutto. Per poi rimpiangere perfino la bile, che era tua, almeno quella cazzo, era tua.
E poi c'è Emi, che ti viene incontro scodinzolando quando torni a casa. Si sdraia in terra per una carezza, ti dà una zampata per averne un'altra. E si costruisce con niente la sua felicità.
I casini che si fanno ogni giorno. Spazientirsi. Arrabbiarsi. Perché le porte si son chiuse, perché il cameriere s'è dimenticato, perché non ha messo la freccia, perché la fila è lunga, perché non t'ha chiesto scusa, perché non ti ha fatto gli auguri, perché guarda da un'altra parte mentre parli dei casini che si fanno ogni giorno: cambiare, partire, tornare sui propri passi. Sempre in ritardo, stretti nella morsa del tic tac. Ci sei, non ci sei, ci sei, non ci sei, ci sei. Non ci sei. E non ti gusti l'attesa e non vivi il momento e ti fa male il ricordo.
E poi c'era Emi. Che mi veniva incontro scodinzolando quando tornavo a casa. Si sdraiava in terra per una carezza, mi dava una zampata per averne un'altra. E si costruiva con niente la sua felicità. E con niente mi tirava fuori quel sorriso puro di chi ride per niente.
E dimenticavo almeno per un attimo, i casini che si fanno ogni giorno. 
Capita così per caso
Capita così, per caso. Che un giorno hai qualcosa che trema dentro, che lo stomaco sembra volerti risucchiare dall'interno, che ancora pochi secondi e forse implodi nel buco nero di te stesso. Quando non smette di piovere acido, quando ormai non torna più, quando hai spento le tue stelle. Capita così, per caso, che magari quel giorno hai una penna tra le dita, e c'è un foglio lì, da qualche parte, sulla tua scrivania incasinata. Una parola, tirata giù così, senza pensarci troppo, poi un'altra e un'altra ancora. E senti che stanno bene insieme quelle parole, quei suoni, quei sensi. Senti che quasi non potrebbero stare meglio. E senti che stanno lì per te quelle parole, per disinnescare la bomba gravitazionale nello stomaco. Capita così, per caso. Che un giorno scrivi qualcosa e capisci che quella è la tua vita, che non smetterai più di scrivere, che non sarai mai più solo. Ci sono istanti, ore, giorni e vite intere che sono troppo grandi, troppo forti, troppo intensi per un corpo solo, per due soli occhi, per un sorriso soltanto. Quando non smette di piovere acido, quando ormai non torna più, quando hai spento le tue stelle. Con ogni parola, con ogni verso, con ogni frase io espando la superficie del mio corpo. Ho un universo dentro che non smette di vibrare, continua a crescere, cerca sempre un po' di spazio in più. E' capitato così, per caso, che un giorno avevo una penna in mano. E da quel giorno sono infinito. 